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Reggio di Calabria: Accademia del Tempo Libero, sabato 6 "Il Rigoletto" Stampa E-mail
Scritto da Federica Morabito   
Martedì 02 Gennaio 2018 17:05

(2)  "Il Rigoletto" chiuderà le festività natalizie dell’Accademia del Tempo Libero di Reggio Calabria. Affidata alla celeberrima opera di Verdi, per la regia di Mario De Carlo, la conclusione in grande stile del periodo festivo, dopo il successo riscosso lo scorso anno da "La Traviata". E

diviene quasi una tradizione per l’Accademia proporre un grande allestimento all’interno dell’Auditorium Zanotti Bianco arricchendo la proposta culturale cittadina con un’opera molto amata che, insieme proprio a La traviata e a Il trovatore, dà vita alla cosiddetta “trilogia popolare” di Verdi. Una serata aperta a tutta la città, non solo ai soci dell’Accademia, sabato 6 gennaio, alle ore 20 e 30, per assistere alla pièce del buffone “deforme e infelice, ed internamente appassionato e pieno d’amore”, così come descritto dallo stesso Verdi. Un allestimento quello di De Carlo che dà grande voce ai colori facendone un uso “eloquente e metaforico”, e che mette in evidenza la duplicità dei personaggi, che “mi sembra il più interessante in assoluto, perché fa da traino ad altre valenze e connotati”, come spiega nelle note di regia *. La prevendita dei titoli d’ingresso si svolgerà presso la segreteria dell’associazione, Auditorium Zanotti Bianco di via Melacrino, mercoledì 3, giovedì 4 e venerdì 5 gennaio, dalle ore 16 e 30 alle ore 18 e 30.

* Giuseppe Verdi era affascinato dai personaggi dalla doppia personalità. Rigoletto, Azucena, Violetta, le figure cardine della cosiddetta Trilogia popolare verdiana, sono creature tormentate, dal percorso psicologico bipolare, sospese tra grandi vette e grandi abissi. Verdi amava profondamente queste sue creazioni. Per questa sua inclinazione, il Maestro amava con passione il teatro di Victor Hugo, in cui le figure principali sono personaggi con forti contrasti di luci e ombre. Dal dramma “Le Roi s’amuse” di Victor Hugo Verdi ha preso ispirazione per il suo “Rigoletto”. Presentata in Francia nel 1832, la pièce teatrale del grande letterato francese era stata blindata dalla censura austriaca. In modo coraggioso e rivoluzionario, Hugo ritraeva senza pietà né addolcimenti le dissolutezze della corte francese, ponendo al centro il libertinaggio di Francesco I, re di Francia. Verdi, acceso patriota, fu evidentemente soggiogato da una trama che, metaforicamente, rappresentava le ingiustizie e le prevaricazioni del potere. Ma forse Verdi fu ancor più colpito dalla figura del buffone di corte, il gobbo Triboulet, tanto da attribuire a lui il ruolo di protagonista, sottraendolo alla testa coronata. La propensione di Verdi per l’ambiguità dei personaggi e le dinamiche a tinte forti emerge dalle lettere che sono rimaste e che possiamo leggere tuttora. “Io trovo bellissimo rappresentare questo personaggio estremamente defforme e ridicolo, e, internamente, appassionato e pieno d’amore”. Nella mia regia ho cercato di approfondire questo aspetto, cioè la duplicità dei personaggi, che mi sembra il più interessante in assoluto, perché fa da traino ad altre valenze e connotati. Spesso si assiste alla figura di Rigoletto resa troppo “nobile” fin dall’inizio dell’opera, quando è un buffone di corte alla festa del Duca, perdendo così un coté fondamentale del gobbo e semplificandone la complessità.  Troppo spesso si dimentica che l’animo di Rigoletto è nero, che lui sa essere molto crudele nei confronti dei cortigiani, verso cui indirizza scherzi feroci e volgari; senza il lato cattivo e indisponente del buffone deforme non si potrebbe comprendere l’odio e il desiderio di vendetta che i cortigiani nutrono nei suoi confronti. La trasformazione di quell’essere abbietto, però, è quasi improvvisa: basta che egli si avvicini alla casa dove vive la figlia per dimostrare quanta umanità ferita si nasconda dietro la sua maschera tragicomica. Ancora spietato e crudele si dimostrerà quando prenderà la decisione di sopprimere il Duca, in modo freddo e calcolato, senza nessuna esitazione o pentimento. E ancora la sua anima tornerà a piangere, di fronte alla tragedia dell’assurda morte dell’unica figlia, uccisa proprio dalla sua sete di vendetta. Il tema del “doppio”, così centrale e presente nella storia, mi ha suggerito di trovare una analoga connotazione per il Duca di Mantova, quasi che l’ambivalenza e il contrasto fra luci e ombre che caratterizzano la figura del protagonista si spandono anche su quella del suo blasonato padrone. Ciò costituisce dunque l’elemento di novità di questa regia. Ho visto tanti Duchi che assomigliano piuttosto a giovanotti imbelli e senza spina dorsale, che sono lì sul palcoscenico solo per cantare “Questa o quella…” e “La donna è mobile…”, senza altro senso o spessore drammaturgico. Il mio Duca, invece, è un personaggio molto più interessante, pieno di slancio ma anche di ombre, di vitalità ma anche di chiusure in se stesso. Tra i regnanti storici di riferimento, mi sono dunque ispirato non a Francesco I di Francia, noto per la sua spavalderia e la sua vita gaudente, ma piuttosto a Rodolfo II d’Asburgo, l’Imperatore del Sacro Romano Impero che viveva nell’incubo delle congiure e degli intrighi di palazzo. Per tale motivo aveva trasferito la sede del trono da Vienna a Praga. Nel suo immenso castello si era riservato un suo intimo rifugio nascosto, una piccola stanza privata in cui collezionava oggetti strani e introvabili, alcuni preziosamente veri, altri spudoratamente falsi: la cosiddetta Wunderkammer, ossia Stanza delle Meraviglie. Si era circondato di alchimisti, astrologi e una serie di altri strani personaggi. L’ambientazione dell’opera “profuma” di Rinascimento, il momento della storia culturale italiana in cui l’interesse principale si focalizza sull’uomo e sulla visione laica del mondo, dopo i secoli del Medio Evo in cui aveva predominato l’elemento divino e religioso. Altro elemento che caratterizza questa messinscena è l’uso eloquente e metaforico dei colori. La scelta della gamma fondamentale (il bianco, il rosso e, soprattutto, il nero) costituisce già di per sé un linguaggio. I personaggi, oltre che con il loro acting, si manifestano attraverso la simbologia legata al colore. Se, dunque, il candore virginale di Gilda è reso con il bianco, secondo una consolidata tradizione, ancor più interessante è l’attribuzione dello stesso identico colore e foggia del costume alla cameriera Giovanna (che siamo abituati a vedere vestita di scuro), a incarnare l’ambiguità del personaggio: ufficialmente è “doppio” di Gilda, nella misura in cui il suo ruolo è quello della nutrice che dovrebbe dedicarsi a preservare l’integrità fisica e morale della ragazza, in realtà si rivela allo spettatore quale campionessa del “doppio-gioco”. Perfino essa, dunque, pur nelle esigue proporzioni del personaggio, partecipa della natura bifronte che caratterizza tutti i protagonisti di quest’opera. Il rosso, colore tradizionalmente attribuito alla sfera delle passioni, si lega dunque sia all’amore ostentato e volgare delle cortigiane alla festa del Duca, sia a quello mercenario di Maddalena, sia a quello puro e incondizionato di Gilda, tanto incendiario da spingerla fino all’estremo sacrificio di se stessa. Rossa è Maddalena, la puttana-santa, la prostituta di strada che, da sempre avvezza all’amore prezzolato, si innamora adesso del giovane sconosciuto che “somiglia a un Apollo” e, per salvarlo da morte certa, determina il cambiamento del corso degli eventi. Rossi sono i costumi delle cortigiane, che ridono sguaiatamente e sciupano un fascio di rose rosse usandolo per sedurre i maschi, coinvolgendo nel loro gioco anche un compiaciuto Rigoletto. Quest’ultimo, però, proprio nel momento stesso in cui partecipa al girotondo delle cortigiane – perfettamente integrato nell’ambiente cinico e perverso della corte - custodisce nel profondo del suo animo il pensiero costante della figlia: accetta e raccoglie le rose rosse delle cortigiane, ma le conserva per donarle a sua figlia quando, come ogni sera, riuscirà a togliersi di dosso i panni del buffone per correre a visitarla. E proprio il rosso di quelle rose, così cariche di sensualità nel primo quadro, è qui usato per rendere palese come l’amore si accende nel cuore di Gilda. Stringendo al seno quelle rose rosse, che fiammeggiano contro il suo candido abito, la fanciulla canterà il suo amore per il bel Duca, che le si è appena presentato come il povero studente Gualtier Maldè, affidando al rosso di quei fiori il compito di tracciare un percorso che la conduce verso il letto, quel letto che nei suoi sogni rappresenta il talamo nuziale e invece da lì a poco diventerà il palcoscenico della vergogna. Il nero, con il suo bagaglio emozionale di sotterranee perdizioni e di insondabili baratri, domina nei momenti salienti e ammanta di sé il resto della corte, quei Cortigiani, “vil razza dannata”, personaggi che in altre messe in scena sono spesso rappresentati in pieno sole. Degno di nota il rapporto tra la Contessa di Ceprano e il Duca. La nobildonna, spesso declassata al ruolo di bambolona inerte, è qui una dark lady che tiene in scacco il Duca, è l’arbitra dei suoi sensi e la padrona dei suoi più inconfessabili desideri. Lui è completamente soggiogato, forse proprio per il fatto che lei è l’unica donna che gli resista: come un bambino viziato che potrebbe avere tutto ciò che desidera, smania unicamente per ciò che non riesce ad avere. Ciò che vediamo nel loro breve incontro è solo la punta dell’iceberg di un rapporto fatto di lussuria e trasgressione, che si consuma da sempre oltre le nere quinte. Fissati lì al proscenio assumono una statura da tragedia greca, staccando e isolando il loro incontro dalla massa della corte banalmente festante e proiettandone le sagome come ombre lugubri, vivificate solo da un brivido freddo e perverso. Il Duca finirà ai piedi della Contessa, lui che è abituato ad avere il mondo ai propri piedi, compiendo ancora una volta quel rito di ribaltamento che si compie ogniqualvolta mettiamo in scena “Rigoletto”, la sua musica sublime, la sua perfetta macchina drammaturgica e il suo inquietante lato oscuro.

 

 

 

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